
Il 2 agosto 2026 scatta l’obbligo di etichettatura dei contenuti AI: immagini, video, audio e in certi casi anche testi generati con l’intelligenza artificiale dovranno essere dichiarati come tali. Lo prevede l’articolo 50 dell’AI Act, il regolamento europeo 2024/1689. Non è una raccomandazione. È un obbligo con sanzioni fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale. E riguarda anche te che hai un sito web con qualche immagine generata con Gemini o un testo scritto con ChatGPT? Dipende. In questa guida ti spiego cosa prevede davvero la norma, cosa dice la legge italiana 132/2025 e cosa faccio concretamente sui siti che sviluppo per tenerli in regola.
Cosa prevede l’articolo 50 dell’AI Act
L’articolo 50 del regolamento UE 2024/1689 introduce obblighi di trasparenza su due livelli, e distinguerli è fondamentale per capire cosa ti riguarda.
Il primo livello tocca i fornitori (provider): chi sviluppa sistemi AI che generano contenuti sintetici deve garantire che gli output siano marcati in un formato leggibile dalle macchine e rilevabili come generati artificialmente. Parliamo di watermark, metadati, firme crittografiche. Questo obbligo ricade su OpenAI, Google, Adobe e simili, non su di te.
Il secondo livello tocca gli utilizzatori (deployer), cioè chi usa questi strumenti in un contesto professionale. Qui gli obblighi sono tre:
- Deepfake: se pubblichi immagini, video o audio generati o manipolati che ritraggono persone, luoghi o eventi reali in modo da sembrare autentici, devi dichiarare che il contenuto è artificiale. La dichiarazione deve essere chiara, distinguibile e visibile al primo contatto.
- Testi di interesse pubblico: se pubblichi testi generati con l’AI per informare il pubblico su questioni di interesse pubblico, devi dichiararlo. C’è però un’eccezione decisiva: se una persona ha revisionato il testo e se ne assume la responsabilità editoriale, l’obbligo non si applica.
- Chatbot: chi interagisce con un sistema AI deve saperlo. Se sul tuo sito c’è un assistente virtuale, l’utente va informato che sta parlando con una macchina.
Restano fuori i casi di uso assistivo: correzioni, ritocchi minori, editing standard. Se l’AI ti ha sistemato la grammatica o schiarito una foto, nessun obbligo. Per i contenuti creativi, artistici o satirici la dichiarazione è attenuata: basta che non rovini la fruizione dell’opera.
A giugno 2026 la Commissione europea ha pubblicato anche un codice di buone pratiche sulla trasparenza dei contenuti AI: adesione volontaria, ma è la strada più semplice per dimostrare la conformità.
La legge italiana 132/2025: cosa aggiunge
L’Italia si è mossa prima dell’Europa. La legge 132/2025, in vigore dal 10 ottobre 2025, affianca l’AI Act con tre novità che ti consiglio di conoscere.
La prima è penale. Il nuovo articolo 612-quater del codice penale punisce con la reclusione da uno a cinque anni chi diffonde senza consenso immagini, video o voci falsificati con l’AI causando un danno ingiusto. È la norma anti deepfake italiana, e non richiede scopo di lucro: basta il danno.
La seconda riguarda il diritto d’autore: le opere create con l’ausilio dell’AI sono protette solo se c’è un contributo creativo umano riconoscibile. Un’immagine generata con un prompt e pubblicata così com’è non è tua in senso giuridico. Questo tocca da vicino chi riempie il sito di immagini generate pensando di averne l’esclusiva.
La terza è il principio di trasparenza nell’informazione (articolo 4): l’uso dell’AI non deve pregiudicare l’obiettività e la completezza dell’informazione. Per blog aziendali e testate locali è un criterio che autorità e giudici useranno come bussola.
Etichettatura contenuti AI sul sito: chi deve fare cosa
Vediamo i casi concreti che incontro ogni settimana lavorando su siti web ed e-commerce.
| Contenuto sul sito | Obbligo dal 2 agosto 2026 |
|---|---|
| Immagine generata decorativa (sfondi, illustrazioni astratte) | Nessuna dichiarazione visibile obbligatoria: non è un deepfake. Buona pratica: conservare i metadati di provenienza |
| Foto realistica generata di persone, luoghi o prodotti | Dichiarazione chiara e visibile al primo contatto: è un deepfake ai sensi dell’art. 50 |
| Articolo di blog scritto con AI e revisionato da una persona | Nessun obbligo se c’è responsabilità editoriale umana |
| Articolo informativo pubblicato senza revisione umana | Dichiarazione obbligatoria |
| Chatbot o assistente virtuale | Informare l’utente che sta interagendo con un’AI |
| Recensioni o testimonianze generate | Vietate a prescindere: pratica commerciale ingannevole |
Nota il punto più sottovalutato: la foto prodotto “fotorealistica” generata per un e-commerce. Se sembra una fotografia reale del prodotto ma non lo è, il cliente va informato. Sul piano consumeristico, prima ancora che sull’AI Act, un’immagine che inganna sulle caratteristiche del prodotto è già oggi un problema.
Come adeguo i siti che sviluppo
Sul piano tecnico l’adeguamento non è complicato, se sai dove mettere le mani. Ecco il mio approccio sui siti WordPress che realizzo e mantengo.
Etichetta visibile dove serve. Per le immagini realistiche generate inserisco una dicitura nella didascalia o un badge in overlay: “Immagine generata con intelligenza artificiale”. Poco invasivo, ma chiaro e presente al primo contatto, come chiede la norma.
Metadati che restano. I generatori seri già incorporano credenziali di contenuto C2PA e metadati IPTC (campo DigitalSourceType). Il problema è che molti plugin di ottimizzazione immagini li cancellano durante la compressione. Sui miei progetti configuro la pipeline in modo da preservarli: Google li legge e in alcuni casi mostra l’etichetta “generata con AI” nei risultati immagini.
Trasparenza sul chatbot. Un messaggio di apertura tipo “Sono un assistente virtuale” risolve l’obbligo alla radice. Lo integro direttamente nel primo messaggio del widget.
Una policy AI nel sito. Una pagina o una sezione della privacy policy che spiega come vengono usati gli strumenti AI nei contenuti. Non è imposta dalla lettera della norma, ma documenta la diligenza ed è il posto giusto dove centralizzare le dichiarazioni.
Responsabilità editoriale sui testi. Per i blog dei clienti il flusso è sempre lo stesso: l’AI può fare da supporto, la revisione e la firma restano umane. Così l’eccezione dell’articolo 50 si applica e il contenuto guadagna in qualità, cosa che conta anche per ottimizzare i contenuti per l’AI e per la SEO.
Chi ha seguito l’adeguamento alla riforma cookie europea o all’European Accessibility Act conosce il copione: chi si muove per tempo lavora sereno, chi aspetta l’ultima settimana paga di più e dorme peggio.
Sanzioni e scadenze da segnare
Dal 2 agosto 2026 le violazioni degli obblighi di trasparenza dell’articolo 50 sono punibili con sanzioni fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale annuo, se superiore (articolo 99 dell’AI Act). Per i deepfake dannosi in Italia c’è in più il rischio penale del 612-quater, già in vigore da ottobre 2025.
Le sanzioni milionarie colpiranno i grandi operatori, non il sito vetrina dell’artigiano. Ma le autorità nazionali (per l’Italia AgID e ACN) avranno poteri di vigilanza proporzionati, e la concorrenza sleale via segnalazione è un classico che ho già visto succedere con il GDPR.
Il mio consiglio spassionato, da sviluppatore e non da avvocato: fai ora un inventario dei contenuti generati sul tuo sito. Nella maggior parte dei casi l’adeguamento si chiude con una didascalia, un messaggio nel chatbot e una pagina di policy. Un pomeriggio di lavoro, non un progetto. Se il tuo sito lo gestisco io, probabilmente ci ho già pensato prima di te.
Domande frequenti sull’etichettatura dei contenuti AI
Devo dichiarare tutte le immagini generate con l’AI sul mio sito?
No. L’obbligo di dichiarazione visibile scatta per i contenuti realistici che possono sembrare autentici (deepfake): persone, luoghi, eventi o prodotti che sembrano fotografati davvero. Le illustrazioni chiaramente artificiali o decorative non richiedono etichetta visibile, anche se conservare i metadati di provenienza resta una buona pratica.
Un articolo scritto con ChatGPT va dichiarato?
Solo se viene pubblicato per informare il pubblico su questioni di interesse pubblico e nessuna persona ne ha assunto la responsabilità editoriale. Se revisioni il testo e lo firmi, l’eccezione dell’articolo 50 dell’AI Act si applica e non serve alcuna dichiarazione.
Cosa rischio se non etichetto i contenuti AI dal 2 agosto 2026?
L’articolo 99 dell’AI Act prevede sanzioni fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale annuo. In Italia la diffusione senza consenso di deepfake che causano un danno ingiusto è anche reato (articolo 612-quater del codice penale, reclusione da uno a cinque anni).
Le immagini generate con l’AI sono coperte da copyright?
In base alla legge 132/2025 le opere create con l’ausilio dell’AI sono protette dal diritto d’autore solo se contengono un contributo creativo umano riconoscibile. Un’immagine generata da un semplice prompt e pubblicata senza interventi non gode di protezione piena: chiunque potrebbe riutilizzarla.
Come si etichetta tecnicamente un’immagine AI su WordPress?
Su due livelli: una dicitura visibile in didascalia o badge per i contenuti realistici, e i metadati machine-readable (C2PA, IPTC DigitalSourceType) incorporati nel file. Attenzione ai plugin di compressione immagini: molti cancellano i metadati durante l’ottimizzazione e vanno configurati per preservarli.
Il chatbot del mio sito deve dire che è un’AI?
Sì. L’articolo 50 dell’AI Act impone di informare l’utente che sta interagendo con un sistema di intelligenza artificiale, salvo che sia evidente dal contesto. Un messaggio di benvenuto come “Sono un assistente virtuale” nel widget risolve l’obbligo in modo pulito.
Il tuo sito usa contenuti AI? Mettiamolo in regola
Se ti stai chiedendo se e come il tuo sito debba adeguarsi ai nuovi obblighi di trasparenza, parliamone. Chiamami al 329 6277 257 e vediamo insieme cosa serve davvero nel tuo caso, senza allarmismi e senza stravolgere il sito.
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